Carla Ferraro – Alessandro Macchi: il dialogo con la scultura continua.

Mi viene in mente la bella immagine di Montale in “Spesso il male di vivere ho incontrato” dove il malessere dell’universo è rappresentato “dall’incartucciarsi della foglia riarsa”: an-che nel nostro caso questo nudo nervoso è raggomitolato sembra esprimere un desiderio di silenzio, di introspezione, di ricerca personale di socratica memoria, la volontà di recu-pero dei valori dello spirito e dell’humanitas più profonda dell’uomo. Entrambe le figure, dunque, possono considerarsi immagini/simbolo, apparentemente aride ed indifferenti ma pregne di una forte carica emotiva. Ancora potremmo interpretare questa scultura come lo spirito dell’uomo messo a nudo in tutta la sua fragilità e grandezza, come l’espressione della sua energia vitale e della sua tensione verso l’assoluto.

Da sempre l’artista possiede la capacità di trasfigurare i sentimenti umani e di sublimarli attraverso forme assolute ove espressione forma e materia si fondono nell’opera d’arte.

Ed è proprio sul terreno dello stile e della tecnica che la lezione del passato riemerge con forza nell’opera di Macchi e la forma plastica e la materia diventano strumento di espres-sione dello spirito e dell’interiorità più profonda dell’uomo.

La composizione serrata di questa figura, ma nel contempo il suo articolarsi con richiami e contrapposti ritmici, la tensione delle membra e delle superfici, il valore delle luci e delle ombre, l’asprezza e la spigolosità così come una certa disarmonia delle parti, la forma asciutta, essenziale e severa, rimandano a tutta una tradizione artistica, ben nota a Mac-chi, che spazia dall’Antichità al Duecento, dal Rinascimento italiano al Novecento (pen-siamo ad es. a Giovanni Pisano, a Jacopo della Quercia, a Donatello, a Lorenzo Maitani, a Michelangelo, a Durer, a Pontormo, a Schiele, ecc.).

Sul piano della resa tecnica Macchi si confronta con la tradizione, mettendo alla prova i suoi mezzi espressivi e tecnici. Così l’iter dell’opera è lungo ed elaborato: dall’esecuzione del modello al riporto sul marmo dei punti con il compasso, all’uso successivo di strumenti “antichi” quali la subbia, l’unghietta, la gradina, lo scalpello, la raspa, le pietre abrasive, la pomice per la levigatura. Il risultato è una scultura dalle superfici semilucide e vibranti, dove la luce crea contrapposizioni di mezzetinte e di ombre, isolata nello spazio definito dal piano di fondo, reso volutamente scabro dall’uso di un attrezzo dentato.

Alla fine la scommessa dell’Artista con la tradizione è compiuta. Nel percorrere questo iter a ritroso nella storia Macchi trova se stesso e nel contempo chiude una fase del suo per-corso di artista.

Alla fine di questa disanima posso affermare a regione che in quest’opera l’Artista giunge ad una perfetta concordanza tra soggetto e scelte formali.

Ho ipotizzato vari significati per quest’opera e, di conseguenza, potrei attribuirle vari titoli, quali “il giovane vecchio”, “ritorno alle origini”, “l’umanità a nudo”, è certo che la sua valenza espressiva è stata resa possibile grazie al rigore intellettuale dell’Artista e alla sua ricerca formale, compositiva e tecnica non istintiva ma metodica e riflessiva condotta sulle tracce della tradizione artistica. Quest’opera di Macchi è in fondo l’ulteriore conferma che l’arte è fondamentalmente espressione dell’io più profondo dell’uomo e del suo desiderio di anelare all’assoluto.

Torino, 26 novembre 2012

Carla Ferraro

 

 

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