Carla Ferraro – Alessandro Macchi: il dialogo con la scultura continua.

A distanza di parecchi anni, torno a parlare di A. Macchi, mossa dal desiderio di svelare il ricco mondo interiore di questo artista e il suo modo unico di percepire la realtà e l’arte.

La frequentazione e l’amicizia con l’Artista mi hanno permesso una prospettiva privilegiata per conoscere più a fondo la personalità e l’attività di questo scultore che, in controcorrente agli “arti-star” contemporanei, ha percorso un iter tanto solitario quanto coerente.

Come già evidenziato nel 2003, la scultura e l’insegnamento di A. Macchi si basano su una profonda assimilazione della tradizione artistica italiana, una conoscenza della storia dell’arte che si invera nel suo “fare arte” e nel suo “parlare d’arte”. Fare arte e nello speci-fico fare scultura, significa per il nostro artista a vere come punto di riferimento costante la storia della scultura italiana; parlare di arte significa possederne i parametri fondamentali di lettura e di confronto.

Penso con piacere alle nostre frequenti visite ai musei e alle mostre di Torino, ai nostri dialoghi di fronte ad un’opera e alla mia ripetuta meraviglia nel constatare quanto profondamente interiorizzata sia nell’Artista la conoscenza dell’arte: le sue non sono mai le aride parole di uno storico dell’arte di professione, bensì una lettura critica ed estetica viva e sentita. Nei nostri “dialoghi al museo” l’Artista si rivelato un vero funambolo del pensiero critico, un esteta sofisticato dalla vocazione per la bellezza, un uomo, per dirla con un verso di Lorenzo il Magnifico, “dagli occhi…vaghi delle cose belle”.

 

“Spesso il male di vivere ho incontrato…” (E. Montale)

 

sono trascorsi circa nove anni da quando, parlando del nostro artista, ho accennato ad una scultura in marmo di Carrara, all’epoca in fieri e completata solo alla fine del 2011; sono stati questi anni di intensa elaborazione in cui il dialogo di Macchi con la tradizione artistica si è fatto fitto e serrato. In effetti questa figura raggomitolata di nudo maschile, re-sa nel marmo di Carrara in parte ad altorilievo, in parte a tuttotondo, rappresenta l’esito più alto della ricerca dell’Artista sul terreno dello stile e della tecnica, sorta di compendio della prassi scultorea, ove si compiono la scommessa e il confronto con la tradizione.

Viene spontaneo chiedersi quale sia il significato di tale immagine, a prima vista criptica ed ambigua.

Il nudo è stato oggetto di studio sin dall’antichità e da sempre soggetto di numerosi disegni da parte del nostro artista. Nello specifico, questa figura maschile nuda ci colpisce per la posizione quasi fetali che sembra rinchiuderla in una forma circolare con al centro l’intreccio nodoso delle mani, per le gambe giovani e muscolose contrapposte all’addome molle e rilassato, per il volto ancora giovane ma privo di capelli, intensamente espressivo ma nel contempo estraneo ed assorto: a buon ragione si potrebbe definire questa figura con l’ossimoro “il giovane vecchio”.

Cosa sta a significare la nudità di questa figura, accentuata dall’estrema finitura delle su-perfici, la sua tensione, la sua spigolosità, la sua ambiguità, se non la profonda solitudine dell’uomo, la sua malinconia, la sua sofferenza, la consapevolezza del suo destino?

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